CAPITOLO 6-Magazzino Interventi
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Capitolo 6
Indice |
[modifica] Francesca ABC
Cristallini. Azzurro magnifico. Chiaro e perfetto. Inusuale per una donna di quelle origini. Ma di certo non sono stupide lenti. Il colore dei suoi occhi è celeste naturale. Originale e non più riproducibile. Quei due piccoli brillanti nascosti tra i capelli sciolti sembrano acqua di fiume che riflette limpida, la docile luce della luna. Che splendore! Ma perchè?
Perchè tanta bellezza? A cosa serve questa perfezione?
A niente! Se si è dei degli assassini. Jack torna in sé. Era stato completamente assorbito in quella visione. Ma ora il cervello torna a scorrere nel verso giusto. E torna a pensare.
Condannato a morte! Sono già cinque secondi che è tornato a convivere con questo pensiero -dopo la parentesi occhi-, agghiacciante e pesante. Non è un ipotesi. È rassegnato a questa idea. Sa che non c'è possibilità di scampo. La giustizia “di strada” non da spazio ai ricorsi. Ne c'è nessun ministro pronto a esercitare qualche forma di indulto. Ne nessun rè pronto a graziarti. Ne moratorie mondiali contro la pena di morte. Ne manifestazioni pubbliche. Ne scioperi della fame di vecchi ribelli che si battono per i diritti umani. La sentenza è una. Decisioni indiscutibili.
“Jack.. è un piacere averti qua davanti” Françoise si avvicina al condannato.
“François..” introduce Jack racimolando le ultime forze. E speranze. Ma viene interrotto..
“Françoise! Non sai il francese?!... è femminile. E si pronuncia la s finale!”
Jack ammutolisce davanti all'interruzione di Françoise. Ora non si ricorda più cosa voleva dire. La mente per un attimo va in crash perdendo tutte le informazioni e si riavvia in automatico. Come i vecchi PC.
Jack, il vecchio e mal funzionante computer che sta per essere rottamato. Eliminato per sempre da qualsiasi scrivania.
“Io lo so cosa ti sconvolge Jack..” parte il monologo “ Tu non accetti il fatto che io sia io. Nel film della tua vita, nella tua scenografia, che speravi fosse prime di imperfezioni, dove avevi destinato a tutti una possibilità di riscatto, un modo per dimostrare che la bontà è accessibile a tutti, avevi pensato a me come il Godot da aspettare e inseguire. Dovevo essere il Godot che un giorno avresti incontrato e di cui saresti subito rimasto soddisfatto. Volevi dire, “ti ho cercato per una vita, in compenso ora ho scoperto che sei, come mi immaginavo, una donna fantastica.. Il mio viaggio è valso a qualcosa.”” Jack segue il discorso. Fortunatamente aveva letto Beckett poco tempo prima e capiva i paragoni della donna.
“Il sentimentalismo infantile e questa tua indole a sentirti giusto e in pace con il cuore ti hanno fatto credere che anche nella vita reale, come nei fumetti e nei film, ci siano i supereroi e i supercattivi. E che i figli dei supereroi diventano anche essi supereroi che proteggono il pianeta! Invece no! Il bianco non genera sempre bianco. Ci sono imperfezioni. Piccole fratture. Crepe. Come nelle statue che da lontano sembrano perfette. Ti avvicini e ti accorgi che in fin dei conti l'opera d'arte è destinata alla decomposizione. Alla lenta distruzione.”
“sono ebrea. E quindi? Dovrei essere buona solo perché i nazisti sono stati cattivi con il mio popolo? È questo che pensi? Sei cosi stupido da fare ancora questo ragionamento Jack!” perde l'equilibrio del tono della voce e del volume e urla. Ma riparte con tranquillità.
“Pensi che noi ebrei siamo tutti una specie protetta? Animali da salvare? Umani da salvare? Tutti perfetti. Allineati.. Tutto il mondo si sente in colpa per quello che ci è successo e di conseguenza noi siamo i poveretti di turno?!.. Se la pensi così vuol dire che allora ragioni ancora a razze, a gruppi di persone caratterizzate da qualcosa. Noi siamo i poveri ebrei sopravvissuti all' Odio che ora bisogna aiutare per sentirsi in pace con il cuore? Questo è un pensiero più razzista di tutti i pensieri antisemiti possibili!”. Jack è sconvolto. È vero! Françoise ha ragione.
“Il mondo non è a schemi. A blocchi presettati. Siamo tutti piccole pedine libere. Senza scacchiera sotto. Con decisamente più di una sola mossa consentita. Il mondo non è una partita di scacchi. Sarebbe sciocco pensarla così”
[modifica] Occhi di cane azzurro
Gli scagnozzi se ne vanno. E rimangono soli: lui, Jack, stordito e con un carico d’ odio infinito; e lei, spietata nonostante l’ aspetto mite, calma come solo una fiera prima dell’ attacco sa essere. Gli occhi di Jack chiedono risposte, quelli di Françoise non ne danno alcuna, sono pieni di scherno e allo stesso tempo impassibili. Poi lei rompe il silenzio: “ buon giorno Jack, è un piacere conoscerti.” E lui risponde, trovando la forza di essere sarcastico anche in un’ occasione come quella: “ il piacere è tutto mio. Signora.”. La risposta sembra non piacerle, si irrigidisce e ribatte con un secco “ immagino!”. Poi Jack si sente esplodere, non ce la fa più a sopportare tutta quella storia, non gli importa se lo uccideranno. Vuole porre fine a quella farsa. Vuole sapere. Ma la lei lo precede, sembra leggergli nella mente. “ Immagino tu voglia sapere come sono andate le cose, vero caro? Vuoi sapere perché tuo nonno mi cercava, la ragione per cui il tuo amico è morto, la stessa per la quale anche tu morirai. Vedi, la curiosità non premia. Com’è che si dice? Tanto va la gatta al lardo…” “ sei spregevole!” “no! Ho solo imparato ad approfittare delle occasioni che la vita mi ha offerto…e della stupidità umana.” , “ bel modo di approfittare uccidendo persone innocenti!” “ Ognuno ha i suoi metodi. E poi Jack ricorda: nessuno è veramente innocente a questo mondo.” “ non metterti a fare filosofia, sei solo un’ assassina!”. Françoise tace, lo sguardo perso ad inseguire chissà quale pensiero, poi: “ Taci! O ti faccio ammazzare immediatamente. Innanzitutto ti spiegherò perché Tom è morto.” A sentire il nome dell’ amico gli si riempiono gli occhi di lacrime, il cuore di rimpianto. Ma non dice nulla, non si muove. E lei continua, imperterrita, godendo del dolore di lui: “ Conobbi Tom molto prima di quanto tu immagini. Entrò per caso a far parte del mio giro di coca. Stupito Jack? Ma andrò avanti, un giorno a casa mia trovò una foto: io appena nata in braccio a mia madre pochi giorni prima che i nazisti la portassero via. La conosci bene anche tu quella fotografia. Iniziò a fare molte domande, troppe. Mi insospettii e feci fare delle ricerche. Capii tutto, lo misi in guardia, lo avvertii, non volevo ucciderlo. Mi ha costretta. E se è morto è anche colpa tua, non hai capito gli indizi che ti ha fornito: il biglietto che ti aveva scritto l’ altra sera con la penna di tuo nonno, era il mio indirizzo. Avresti dovuto capire il suggerimento. Ti aveva sopravvalutato.” . Jack non dice una parola, non ne ha la forza, è annientato. “Ma vogliamo parlare di come iniziata questa storia? Se è successo tutto questo è colpa del tu caro nonno. Sì hai capito bene, tuo nonno. Ti hanno detto che è stata una spia a denunciare mia madre ai tedeschi, è vero. È stato lui. L’ hanno preso e interrogato, e lui non ha esitato e ha confessato che mia madre era ebrea. Tuo nonno era un traditore.” “ maledetta!” “ la verità fa male Jack ?” . Questa volta Jack non perde tempo a parlare, si scaglia contro la donna e le sbatte la testa per terra. Sangue. È avvenuto in uno spazio di tempo brevissimo ma a Jack è sembrato un’ eternità. Lei è distesa, inerme. Morta. Jack esce, non incontra nessuno. Scende in strada. È distrutto, ora che tutto ha un senso è ancora peggio. Ora che sa vorrebbe tornare indietro e ignorare, ma non può. Sarà un peso che si porterà dietro per tutta la vita. Ma come si può vivere così? Jack cammina, come un’ automa, non sa dove va, ma quando si ferma si accorge di essere arrivato al ponte sul fiume. Non si rende nemmeno conto di salire sul parapetto. In piedi. Poi il vuoto, il vento, l’ acqua profonda e torbida. Poi il nulla.
[modifica] Viktor
Severa nello sguardo, la donna avanzò fino a trovarsi di fronte a Jack. “Tu sei Jack immagino” “Immagina bene signora Françoise” “E perché ti sei impicciato nei nostri affari ragazzo?” “Quali affari? ” Sorpresa, Françoise fa un passo indietro e comincia a camminare lungo la stanza. Da un taschino del vestito prende una sigaretta, la mette nel bocchino e se la fece accendere da uno dei suoi uomini. “Non dovrebbe fumare, morirà presto” “Hai forse ereditato da tuo nonno il bisogno di aiutare il prossimo a tutti i costi?” Sorpreso, Jack abbassa lo sguardo e rimane zitto. “In ogni caso” dice lei aspirando profondamente “Non dovresti preoccuparti di quello che ne sarà di me” comincia a passeggiare su e giù per la stanza. Il suono dei tacchi rimbomba tra le pareti del locale vuoto “Fossi in te mi metterei la coscienza a posto” “Prego?” balbetta Jack sperando con tutto se stesso di non aver capito “Credi veramente che ti lasceremo andare via dopo quello che hi scoperto su di noi?” “Ma io non so niente…” “Non mentire” lo zittisce lei fissandolo con occhi severi e minacciosi “Sappiamo del materiale che il tuo caro amico Tom ti ha fatto avere” Jack si maledice mentre il cuore comincia a battere all’impazzata e un nodo alla gola, quasi gli impedisce di respirare. Nessuno conosce nei dettagli la storia. Nessuno sa dove si trova. Nessuno lo può salvare. “Avete scavato troppo e non eravate abbastanza potenti da reggere le conseguenze. Sei uno come tanti altri Jack” continua a camminare “Non sei niente”. Sentendo le lacrime saligli agli occhi, Jack balbetta “Non parlerò, non lo dirò a nessuno”. Sbuffando il fumo che le copre il viso, Françoise ride divertita “Ma caro, mettiti nei nostri panni. Credi che ti lasceremmo andare accontentandoci di una promessa e magari di una stretta di mano?” La domanda retorica svanisce nell’aria. La sola risposta di Jack sono i singhiozzi che non può più trattenere. In effetti, non vi è alcun motivo per reprimere la paura. “Cosa posso fare…” “Non puoi fare niente Jack. La tua sorte è stata decisa molto tempo fa” “E allora perché mi avete portato qui?” “Dobbiamo eliminare il problema di tutte queste informazioni che sono trapelate. E poi volevo vederti. Volevo vedere il discendente dell’uomo cui devo la vita” Jack levò lo sguardo ma lei alzò la mano “Non provarci. Non sarò clemente solo perché devo la vita a tuo nonno” lui abbassa ancora lo sguardo con gli occhi umidi “Non ti preoccupare, sappiamo che sei solo, che sei l’unico ad aver ricevuto queste informazioni. Non accadrà nulla ai tuoi cari” Ora Jack piange come un bambino. Può quasi avvertire la gelida carezza della mietitrice sulla nuca. È così disperato che non sente alcun suono. Pensa a Tom, al fatto che lo rivedrà presto. Un pensiero cupo si fa largo nella sua mente: Ma dopo, c’era veramente qualcosa? “Guardami!” grida Françoise. D’istinto, Jack leva gli occhi per l’ultima volta. La canna della pistola è puntata al volto. Buio. Gelo. Morte.
[modifica] Francesca ABC
continuazione del mio intervento;)
Jack ormai disinteressandosi alle tesi e argomentazioni della proto filosofa fatalista Françoise torna a preoccuparsi per la sua sorte. Avrebbe potuto non trovarsi in quella situazione? Impossibile. La mattina l'aveva già predetto. Al risveglio, alla prima inalazione autonoma d'ossigeno aveva già capito. Afferrato il concetto. Era destinato a diventare la preda. La preda del giorno. Vinto. Vinto. Ma alla fine.. chi non lo è? Françoise a parte! Non c'era nessuna soluzione. Nessuna via di fuga. Come aveva detto Jason, Jack era un topo in trappola. O forse no.
Sono quasi le 20 e le ballerine stanno entrando nel bel localino di Françoise. La vie C'est Magnifique. Carino come nome. Anche loro dal retro. Ma non trattate come è stato trattato Jack. Niente spinte ne insulti. Solo dolci e gentili parole da parte dello staff del locale. Sta sera, come la sera prima, il gruppo delle giovani danzatrici di una strana compagnia di artisti itineranti si doveva esibire portando in “sala” una sorta di musical. Arte contemporanea. Ma piacevole. Scenografia spaziale. In effetti il musical parlava di vita di strada. E c'era la necessità, visto la non disponibilità di spazi esterni, di ricreare un avvincente scenario urbano. Sembrava di essere veramente in strada.
“ Jack. Lo so. Tuo nonno, da quello che ho capito, è sempre stato dalla mia parte, da quella di mia madre, è stato gentile e presumo ci abbia salvato la vita. O almeno.. L'ha salvata a me. Ha combattuto contro i nazisti con la speranza di rendere noi ebrei liberi un giorno. Che atti nobili. Che animo pio e pieno di ideali. Ma io non sono così. Sono cresciuta in una società che mi ha educato al guadagno. Al non-rispetto reciproco. Certo, è merito – colpa?- mia se ora sono una intrigante delinquente. Avrò sicuramente qualcosa di sbagliato nel mio DNA. Ma anche questo strano mondo ha contribuito a farmi diventare..me!”
“il punto è Jack. Che tu. Come il tuo caro amico Tom ora sapete troppo. E non ho proprio intenzione di essere caritatevole, quindi, come ho già fatto a Tom dovrei ordinare di farti tacere, ooh Jack, odio questi giri di parole, e so che tu puoi capire. Devo ucciderti. Punto. È ovvio. Scontato. È semplice. Banale.”
“Però Jack.. Dai. Ora provo a essere buona. Se vuoi ti concedo qualche minuto per le ultime parole famose ...eh ti va piccolo Jack?!” il suo tono è così sarcastico e maledettamente onnipotente che Jack perde tutte la voglia di “fumarsi l'ultima sigaretta”. Modi di dire da condannato a morte. Ormai si è perfettamente immedesimato nel personaggio. Ma meglio non correre rischi, si dice. Magari nel tanto nominato aldilà esistono anche i rimorsi. Quindi afferra il pacchetto lanciato in aria dalla sua giustiziera e ne estrae di fretta la famosa sigaretta.
La accende. “ Che errore che ha fatto il nonno. Per tutta la sua vita a correrti dietro, e prima a cercarti di salvare...”
“Mi dispiace Jack, devo interrompere il tuo discorso strappalacrime.”
La sigaretta cade di bocca dal condannato a morte. Anzi viene strappata via. Con rapidità.
Uno dei tanti fedeli seguaci al servizio di Françoise aspetta sulla porta. Entra e si avvicina solo al cenno del capo del capo.
“Mi scusi..” Jack è troppo lontano per capire. “...”
“...” risponde lei.
“...” lui.
“Ma! Cazzo!” lei si scompone. È una donna molto irritabile. “non è possibile. Non sapete fare niente” la voce si affievolisce gradualmente e la potenza del “segnale” diminuisce fino a non far sentire più niente Jack.
“mi dispiace Jack” fa lei al condannato mentre lo scagnozzo se ne va “ma ho dei problemi con il locale.. Ci tocca rimandare il nostro bel party d'addio Jack. Se vuoi intanto puoi andare di là e goderti lo spettacolo. Ovviamente tu-” e lei sottolinea con fare eccessivamente teatrale “starai buonino e fermo, anche perchè non preoccuparti, sarai ben controllato”
Jack non sa che dire. Non è il massimo quando sai che la tua condanna a morte è appena stata rimandata. Ma riesce lo stesso a intravedere uno spiraglio di luce. Magari sarebbe riuscito a fuggire da una porta di servizio o avvisare qualche cliente della sua strana situazione. O chi lo sa.
“Va bene” è tutto quello che riesce ad esternare ora.
“dai vieni di là” si mostra gentile ora Françoise.
Jack si ritrova, dopo aver percorso un breve labirinto di corridoi e porte nella sala centrale. Un posto poco originale, pensa lui. Tutto già visto. Già visto. Françoise che l'aveva guidato fino a lì ora si divide dalla sua preda e svicola via assieme a due uomini ingiaccacravattati.
Che fare ora? Si chiede Jack. Si guarda attorno. La porta di ingresso, oltre che superaffollata è piena di “forze dell'ordine interne”. Altre porte per ora non le nota. Nota nel ruotare intorno a sé stesso qualche ragazzotto dai muscoli ultrasviluppati. Lo fissavano. “Attento” dicevano con i loro piccoli occhi nascosti. Rassegnato Jack si siede. Ordina un Gin Tonic. Senza limone. Il cameriere ovviamente ritorna. Con un gin tonic. Con limone. Che giornata. Povero Jack. Non si lamenta ovviamente. Il cameriere non capirebbe. Per un limone. Che sarà mai. Si direbbe.
C'è una sorta di palco, non troppo grande, davanti al ragazzo. Il tipico tendone rosso era sostituito da un velo contemporaneo e molto carino. Era giù, calato. Jack sorseggia il drink. Il velo si leva, si alza. Ballerine danzavano su quella che sembrava a una prima occhiata una strada.
Flash.
Un fulmine squarcia la mente buia di Jack.
La memoria a questo interrogatorio sembra ricordarsi d'un tratto tutto. Lui e Tom la sera prima erano stati lì, e c'era quello spettacolo di danza. Non era una strada quella del sogno, ma era una scenografia appunto!. E a questo punto non è più solo un sogno ma sono anche ricordi di vita vera. Un sogno non è mai solo un sogno. Inizia a ricordare i dettagli. Lui continuava a lamentarsi con Tom e interrogarlo sul perchè erano finiti in un posto del genere. Tom temporeggiava e rispondeva in malo modo, velatamente. Jack un po' seccato dall'amico che si comportava così stranamente aveva deciso di dedicarsi ad un altro amico, l'alcool. Tom si era incazzato, stranamente, e Jack ora forse aveva capito. Erano venuti lì perché Tom voleva dire tutto a Jack. Oddio, se Jack non si fosse sbronzato probabilmente Tom si sarebbe salvato. L'avrebbe potuto aiutare. Ma ora non è il momento per pentirsi. L'interrogatorio alla memoria continua. Uh, ecco. Tom l'aveva accompagnato in bagno, cosa strana anche quella. “guarda che strana finestra Jack” aveva sottolineato lui all'entrata nella sala dedicata all'espulsione di una parte di alcool assunto in serata. A Jack non sembrava tanto strana. Era particolarmente sbronzo, ma aveva pensato che Tom fosse semplicemente impazzito. La finestra. Geniale Tom. Tom, sei riuscito a fare più cose utili da morto che non da vivo.
Si alza di scatto Jack. Ma si ricorda delle guardie. Era sempre nel braccio della morte quindi meglio non fare scemenze. Grande idea. Mima di scacciare via una bestia dalla gamba. Un ragno. O qualcosa del genere. Sa che non può permettersi mosse azzardate e rapide davanti a tutti gli scagnozzi di Fraçoise. Torna quindi a sedersi. E pensa. Dovrebbe andare in bagno ma sarebbe sicuramente seguito dalle guardie. E controllato.
Alla fine Jack va in bagno, alzandosi con noncuranza dal posto, e trova la porta del bagno dopo aver domandato informazioni a un cameriere. Nota ovviamente uno scagnozzo stargli alle costole. È dentro. E vede immediatamente la finestra. Lo scagnozzo non è ancora arrivato. Potrebbe provare a fare tutto in fretta. Rapidità. No, meglio di no. Canticchia per imbarazzare un po' i presenti e farli sloggiare in fretta. Meno testimoni della fuga meno problemi. Entra lo scagnozzo. Poco prima di entrare Jack stava iniziando a mettere in pratica la sua geniale idea. Parlocchia e farfuglia. Fa capire al ragazzotto muscoloso di essere un po' sbronzo. Ecco. Quel poco di materia casuale presente nello stomaco inizia a salire. Via. Uno schizzo di vomito raggiunge i pantaloni ben stirati dello scagnozzo. Impreca ferocemente. E si incazza. Scagliandosi contro Jack. Gli molla un dritto in pancia, e Jack, nonostante il colpo fosse già forte di suo, mima la definitiva resa e si getta a terra rantolante. Qualche imprecazione dopo lo scagnozzo esce. Non avrebbe potuto pulirsi il vomito lì e comunque c'era da avvisare del regalino prodotto da Jack lasciato sul pavimento. Ottima idea, Jack si congratula con se stesso e si rialza in rapidità. Per il dolore ora non c'è tempo. Neanche un secondo in più per soffrire. Riesce a sgattaiolare fuori dalla piccola finestrella, procurandosi altro dolore, che probabilmente si presenterà tutto assieme quando tutto sarà finito.
È fuori.
Nel frattempo è entrato un altro scagnozzo in bagno, avvisato dal compagno con i pantaloni sporchi. Jack non c'è. Dalla finestra passano altre imprecazioni che riescono ad arrivare all'orecchio di Jack.
Ora fuga.
Dal retro esce lo scagnozzo. Corre un po' a caso, fino a intravedere la sagoma del goffo Jack. Non vale la pena sparare. Fra un attimo l'avrà raggiunto.
E in effetti così succede. Jack è di nuovo fermo. Senza spari o trappole. Lui e lo scagnozzo. In mezzo allo spento nulla della città immersa nella notte. Arriva sgambettando Françoise. Jack si meraviglia. Françoise è sola, niente seguaci al seguito. Niente Omoni cattivi. È proprio una preda facile evidentemente.
“che cosa mi combini Jack? Pensi di essere più furbo?”
Jack è furente. E ora come ora non vuole morire. È stretto tra le braccia dello scagnozzo. Ma non si sente fregato. Vuole scacciare via questa maledetta morte che lo rincorre da tutto il giorno. L'adrenalina e la paura e la rabbia e la voglia di vendetta spingono la sua mano verso i genitali dello scagnozzo. Presi. Stringi Jack. Stringi forte. Un urlo forte. Rumore interrotto subito dal piede del ragazzo che si affossa nel muso del maledetto scagnozzo dolorante. Françoise rimane a guardare. Sembra tranquilla. Jack non si ricorda delle armi.
“Vaffanculo Françoise” le ultime parole famose.
Scappa Jack. Jack corre. Ma non trova vicoli dove infilarsi e quindi corre veloce e dritto. E Françoise è ancora dietro. Ferma.
Intanto ha afferrato la pistola dello scagnozzo. Urla “JACCKK!”
Il ragazzo si gira. Vede la pistola in lontananza che punta verso di lui. Ma vuole sentirsi onnipotente e invulnerabile. Un Dio. Al livello di Françoise. E continua a correre. Guardando avanti.
Françoise spara.
Jack aspetta il colpo. Aspetta di cadere a terra immerso in una pozza di sangue. Ma niente. Si rigira.
Françoise con il braccio destro, quello attaccato alla mano che teneva la pistola, rivolto verso l'alto.
Jack è salvo. E svolta nel vicolo, immergendosi nella luce divina della salvezza.
Perché?
[modifica] Valentina
Jack fissa bene quella donna, negli occhi, sono occhi profondi, rimane li, immobile, quasi ipnotizzato da quello sguardo, ma si accorge di non averne paura, anzi, ne è affascinato… E’ come se l’avesse già vista, da qualche parte dentro di se ne è convinto, e quegli stessi occhi che lo fissano a loro volta ora gli paiono tristi, pieni di sofferenza. Jack si muove, tenta di afferrare il braccio della donna, jack vorrebbe capire, è un istante, sente come un colpo alla nuca, la vista si offusca, le gambe gli diventano molli, si sente mancare, in quegli attimi pensa a Tom, a suo nonno, a quella foto rivelatrice, pensa a se stesso impotente, si, ora è come paralizzato, si sente chiuso in una morsa, vorrebbe dimenarsi, lottare per riuscire a capire cosa gli sta succedendo, ma si sente sempre più debole, tenta allora di gridare, di parlare, ma nemmeno la voce riesce ad uscire dalla sua bocca. La donna dal vestito verde e quell’omone dal volto cupo e duro sono li, sempre in piedi davanti a lui quando riesce a riaprire gli occhi, cos’è successo? Dove mi trovo? Chi siete? Perché sono qui? Vorrebbe fare mille domande, jack, ma si sente ancora la bocca impastata da un lungo sonno, tenta di muovere le dita, e queste lentamente riesce ad aprirle e chiuderle, ora distingue nitidamente delle pareti bianche e capisce di essere disteso su di un letto. Gira la testa alla sua sinistra, verso la donna che ora sorride, gli stringe la mano, e poi, sente la sua voce chiamarlo: jack, jack svegliati!!! Dottore presto, si sta svegliando. una figura imponente gli si para davanti, e con una luce intensa gli osserva gli occhi, poi gli sente il respiro, e il battito del suo cuore che ora jack sente perfettamente pulsare nel suo petto… Jack ha come dei flash back, musica, gente che balla, un numero e delle lettere, tom, tom esanime sul pavimento, un pacchetto, gli uomini dentro casa sua… È passato un giorno, ora jack è nuovamente a casa sua, ripensa a quel sabato sera di una settimana fa,ora ricorda, ora capisce, c’era stato un tragico incidente fuori da una discoteca, due ragazzi e una donna ne erano rimasti coinvolti, uno aveva perso la vita, tom, l’altro aveva riportato lesioni gravi rimanendo in coma, era lui, jack… e la donna, quella donna dal vestito verde, era stata lei a causare l’incidente, correndo in macchina e poi gli era rimasta accanto in ospedale tutto quel tempo per poi, al suo risveglio, andarsene così, senza lasciare traccia. Jack decide di prendere una boccata d’aria, ancora un po’ sconvolto per la perdita dell’amico, va al bar, al suo bar di sempre, e prende lo stesso caffè di sempre, ma non ha più lo stesso sapore. Forse è ancora troppo presto per riprendersi, decide di ritornare subito a casa, finito il caffè, ma arrivato sulla porta di casa, nota una busta, è gialla e senza indirizzo o nome. Seduto sulla poltrona di casa, fissa quella busta tra le sue mani, la apre, al suo interno una foto di una donna con una bambina molto piccola in braccio, no, non è possibile pensa jack, con un po di timore la gira, sul retro una scritta : “perdonami, tenterò di farmi perdonare. Se non ci riuscirò io, sarà jack a farlo per me”… Jack ora è confuso, non capisce più cosa sta succedendo, ma allora ha solo sognato, o c’è stato anche qualcos’altro? Nella busta, una lettera, scritta a mano, dice di essere la bambina della foto, la stessa che suo nonno aveva nascosto, in quegli anni difficili, durante la guerra, dice che suo nonno, il nonno di jack era stato così immensamente gentile e buono ad occuparsi di lei che non doveva farsi perdonare, era stata una sua decisione quella di andarsene, lui non c’entrava nulla con la vita che lei aveva deciso di intraprendere forse per paura di essere in peso o forse perché, in fondo, lei si sentiva legata a quella vita, nonostante lui gliene avesse offerta un'altra, ma voleva cavarsela da sola, non avrebbe voluto dipendere da nessuno, voleva sentirsi, libera. Quando poi si era finalmente sentita pronta per rivedere suo nonno, scoprì che era troppo tardi, o forse no, grazie a quella foto aveva scoperto che lui aveva avuto un nipote, jack, e proprio lo stesso jack era il suo ultimo collegamento con quell’uomo così gentile, dolce e premuroso che tanti anni prima si era preso cura di lei, e ora lei sentiva il bisogno di scusarsi per avergli fatto pesare la sua scomparsa e ringraziarlo al tempo stesso per averla aiutata e averla lasciata libera di scegliere… Jack ora aveva le idee un po più chiare anche se si sentiva ancora un po stordito da tutta questa storia, non avrebbe mai descritto suo nonno come lo aveva fatto lei, e grazie a questa lettera aveva potuto vederene l’altro lato e riuscire a parlarne con sua mamma ancora distrutta dalla perdita e riuscire a consolarla, ora si sentiva completo. Non si domandò perché la donna dal vestito verde se n’era poi andata così, senza lasciare traccia, perché sapeva in cuor suo che Anja ora era libera, libera dal peso di quei suoi tristi ricordi di guerra che per tanto tempo l’avevano perseguitata.
