Capitolo 2
Da Wikiudine.
Tante domande vorticano nella mente di Jack. I suoi occhi tornano continuamente sul cellulare di Tom, per poi passare sul corpo dell’amico. Ormai rigido, pallido, immobile. Solamente adesso realizza cos’è successo. Solamente adesso, per Jack, ossessionato dalla morte dell’amico, tutto il resto passa in secondo piano.
Tom è morto … Tom è morto … Perché? Chi lo ha ucciso prima che potesse rivelargli quello che aveva scoperto? Perché di questo è certo, Tom aveva scoperto qualche cosa, ma non aveva fatto in tempo a condividerla con lui.
Quello che più pesa sul suo animo è la sensazione, orribile, che lui avrebbe potuto evitare il sacrificio del suo più caro amico; nello stesso tempo, il dolore non riesce a distoglierlo dal pensiero che quel sacrificio possa significare una sola cosa: la pista seguita era quella giusta. Qualcuno lo aveva osservato, ed ora cercava di spaventarlo.
Ma chi?
Mesi prima, quando era cominciato tutto, Tom lo aveva ammonito. Si trovavano fuori da un casolare sperduto, in campagna, non troppo lontano dalla città. L’amico, accendendosi la consueta sigaretta gli aveva detto:
“Jack, ho l’impressione che questa sia una storia più grande di te.”
“Non mi importa” aveva asserito lui con convinzione “ora voglio sapere, andare fino in fondo.”
”Tu non capisci” aveva continuato l’amico “il passato è passato, non si disturba.”
“No Tom, qui sei tu a non capire. Questo passato vuole essere disturbato, è lui che mi ha cercato … O ti sembra solo una coincidenza?”
”Fa come credi” aveva concluso Tom “ma sappi una cosa: dove vai tu vengo anch’io, o non se ne fa nulla.”
I due sorrisero, esattamente come da bambini, quando in quel casolare di campagna passavano giornate intere a giocare.
Anni più tardi,erano ancora insieme,quando Jack aveva ricevuto la notizia della morte del nonno materno.
“Jack, caro, qualcuno si deve occupare di quel posto prima che vada in rovina”, gli aveva telefonato sua madre una sera, “di certo lo metteremo in vendita perché nessuno è interessato a viverci … Se potessi andare a sistemare le cose del nonno, vedi un po’ tu, io non me la sento proprio …”
Un legame d’affetto a quell’infanzia lontana, a quella pace di giorni tranquilli passati col nonno e ai suoi burberi ma sinceri insegnamenti, avevano portato Jack, accompagnato da Tom, fino al casolare. Tra vecchi libri impolverati, stoviglie che raccontavano di un tempo ormai passato, oggetti della famiglia, Jack aveva aperto una cassettiera di legno massiccio. E lì,mentre esaminava i vestiti che ancora gli parlavano del nonno, l’aveva trovata: non era un semplice pezzo di carta, ma conservata con cura, una foto, ormai ingiallita dal tempo. La guardò, una bambina molto piccola in braccio ad una donna, semplice ma sorridente: la donna era giovane e la bambina poteva avere qualche settimana.
Sul retro della foto si leggeva, scritto con una scrittura femminile, curata: “Anja, gennaio 1945”. Qualcuno vi aveva aggiunto con un inchiostro sibillino: Perdonami. Tenterò di farmi perdonare. Se non ci riuscirò io, sarà Jack a farlo per me.
... Sarà Jack a farlo per me… Sarà Jack a farlo per me…
Nella sua mente si ripetono quelle ultime parole, proprio come uno di quei dischi che si incantano, che si possono vedere nei film di una volta. …Sarà Jack a farlo per me… E ancora si ripetono, e avrebbero continuato a ripetersi all’infinito...
“Mi scusi, Lei…” Quanto gli sembra inopportuna quella voce, che interrompe l’armonia creata dal suono delle parole scritte dal nonno e dissolto l’immagine della foto!
Chiude gli occhi per tornare nuovamente a quei ricordi familiari e piacevoli, ma un “mi scusi”, stavolta più deciso, lo riporta definitivamente alla triste realtà. Di fronte a lui, Charlie ha un’aria imbarazzata: col suo mestiere, dovrebbe essere abituato a situazioni delicate e dolorose di questo genere, ma il fatto di averlo dovuto chiamare una seconda volta, alzando la voce più di quanto la prassi prevede, l’ha sorpreso e l’ha fatto sentire inadeguato. Inadeguatezza che Charlie non si è mai concesso e mai si concederà.
“Mi dica”, fa Jack dopo qualche istante, assaporando la sua vittoria personale su quel tale, che poco prima gli si era rivolto con quel tono di superiorità tipico delle persone che, a differenza sua, sono diventate qualcuno.
“Non sarebbe di mia competenza… Ma… La polizia tarderà ad arrivare… Sa, i classici problemi in centro dopo un sabato sera di…disordini… In casi come questo posso permettermi di farle alcune domande, sempre se lei è d’accordo…”
“Prego”
“La ringrazio… Per cominciare, le sue generalità”.
Il paramedico, pronto con carta e penna, è tutto orecchi. Jack si dichiara, mostrando velocemente i suoi documenti, anche se non richiesti, per dimostrare che lui, lì, non aveva nulla da nascondere.
“Bene… Cosa ci faceva qui?”
“Ero venuto a trovare il mio amico”
Jack osserva in silenzio il graduale cambio di tonalità nella voce di Charlie. Il vinto stava risollevandosi pian piano dalle ceneri.
“E’ in grado di descrivermi come si sono svolti i fatti?”
“No… Ho fatto le scale come sempre… Poi ho visto che la porta era appena accostata… Era abbastanza buio, sono entrato… Era lì, a terra… E vi ho chiamato...”.
Riesce a finire la frase appena in tempo, prima che un nodo alla gola gli spezzi la voce. Si gira per non farsi vedere in quello stato.
Charlie continua ad appuntare. Alza gli occhi dal suo taccuino e la vista di Jack, inerme, lo fa esitare di nuovo. ... La professionalità prevale sulla sua umanità.
“Non ha toccato nulla, vero?”
“No”, dice Jack meccanicamente, girandosi di nuovo verso il suo inquisitore.
“La ringrazio, per ora è tutto. Se mi può lasciare il suo numero, sa… per la polizia…”
“3468647406” scandisce Jack. Gli sembra ancora di avere davanti agli occhi lo schermo del cellulare di Tom, di leggere il suo numero tra le ultime chiamate effettuate…
Jack si accorge di avere ancora in mano quel cellulare. Si rende conto di aver violato la cosiddetta scena del crimine. Di aver dato una falsa testimonianza, anche se involontariamente.
Che fare?
Dicendo la verità, avrebbe aggravato la sua stessa situazione. Trovandosi lì, sicuramente verrà catalogato come sospetto. Inoltre, verrà accusato per aver contaminato le indagini.
Pensa a tutto questo Jack, e non sa come cavarsela…
“La ringrazio di nuovo… Guardi, le lascio il numero dello studio legale…”. Charlie stava scrivendo un numero su una pagina del suo taccuino.
Forse non ha notato nulla, pensa Jack. Ne approfitta per infilare il cellulare in tasca.
“… I miei colleghi stanno svolgendo una prima analisi però, per avere delle certezze, di solito attendiamo quella definitiva. Ecco…”. Strappa la pagina, la piega una, due volte e gliela porge.
“Mi dispiace per il suo amico...”, conclude Charlie porgendogli la destra. Un sorriso solidale trova spazio su quel volto fino a pochi istanti fa distaccato.
Jack non risponde, gli stringe la mano e si limita a fare un cenno con la testa.
“A presto...”
Esce dal cupo appartamento e si dirige a casa: ha intenzione di scovare tutte le tracce possibili che lo possano ricondurre alla sera prima e ai fatti che vi sono accaduti. E’ quasi sicuro che essi abbiano a che fare con l’omicidio di Tom (una prima analisi della guardia medica ha individuato segni di strangolamento). Preoccupato anche dal fatto che tutto, in casa dell’amico, era in ordine, come aveva potuto notare, e che quindi l’assassino era un conoscente di Tom, non si accorge nemmeno di essere entrato nell’atrio del suo condominio, da cui era uscito un’ora prima, ignaro della tragedia.
Entra in ascensore e preme il solito bottone: gesti così meccanici, ma che gli risultano strani, come se la sua mente si fosse improvvisamente accorta di compierli. “Colpa dello shock” si dice, accantonando il pensiero.
Arriva al suo piano ed esce come al solito. Mentre la porta dell’ascensore si chiude dietro di lui, arriva al suo orecchio una discussione concitata sulle scale poco avanti. Di colpo, silenzio. Sembra che il rumore dell’ascensore abbia interrotto i due interlocutori. Ma Jack non ha né tempo né voglia di preoccuparsene. E’ stanco, stravolto dagli ultimi avvenimenti. Tutto ciò che vuole in questo momento è fare il punto della situazione, trovare un nesso logico, sempre che ce ne sia uno, tra la sera precedente, la morte di Tom… e Anja. Arriva di fronte alla porta del suo appartamento, fa per infilare la chiave ma… si accorge che la serratura è stata forzata, e la porta è aperta. Un pensiero balena velocemente nella sua mente, come un fulmine. Oggi non è proprio la sua giornata. Ritorna subito indietro, ma il suono dei suoi passi deve averli spaventati. Stanno scendendo le scale, correndo all’impazzata. Sempre più convinto che la giornata non finirà di regalargli sorprese, rientra in ascensore e preme il tasto del piano terra: trenta secondi dopo, esce nuovamente nel piccolo atrio antistante l'ingesso, giusto in tempo per scorgere due tipi che sbattono di corsa la porta dell’atrio.
Ora si decide: se vuole risposte, deve cercarle.
Comincia a correre appena fuori dal condominio, sotto un sole che, volendo, potrebbe fondere l'intera città: i suoi obiettivi hanno svoltato subito a sinistra e si dirigono verso un furgone grigio metallizzato. Prende nota mentalmente del numero di targa prima di saltare sulla sua Vespa, girare la chiave e partire in coda ai due. Pensa a un pedinamento discreto, poi annulla l'ipotesi e propende per una corsa testa a testa: la città ha molti incroci e anche una Vespa potrebbe farcela. Passano davanti al parco, lo costeggiano fino in piazza, senza raggiungere mai una velocità elevata; alla rotonda, però, il furgone ingrana la quarta e comincia ad accelerare. Ha fatto bene i conti, visto che è l’unica zona di traffico leggero, guadagna terreno: ancora un po’ e li perderà di vista. Poco dopo sembra che gli inseguiti si siano volatilizzati.
Persa la prima opportunità di ricavare qualcosa dalla giornata, si dirige verso la centrale di polizia, dove arriva cinque minuti dopo: dichiara targa e aspetto del furgone, dopodichè esce per fare colazione (la ricerca durerà alcuni minuti, gli hanno detto). Anche se è dall’altra parte del globo ha deciso di andare “da Gianni”, il solito baretto d’angolo, dove prende il caffè ogni mattina. Si siede al solito tavolo, non serve nemmeno che ordini: il barista conosce bene i suoi gusti, un macchiato ristretto e una brioche alla crema. Dopo dieci minuti si alza per pagare ed esce nell’afa. Nota subito la busta voluminosa appoggiata sulla Vespa; sospirando, la prende e rientra nel bar. “Un altro caffè, Gianni, e fammelo corretto”. Si prospetta una lunga giornata, pensa Jack.
